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foto: ghepardo. Ritorno alla Savana

Il giovane ghepardo, acquattato tra l’erba alta, osservava i movimenti di un branco di zebre che pascolava pochi metri più avanti, cercando di localizzare l’animale più debole. Dopo aver analizzato ogni singolo capo, individuò un cucciolo che trotterellava accanto alla madre.

Il ghepardo si leccò i baffi e spostò il peso sulle zampe posteriori, pronto allo scatto. Improvvisamente, come un proiettile, schizzò in avanti lanciandosi in una corsa folle verso il suo bersaglio. In un istante il branco si sparpagliò e in poco tempo il cucciolo se ne ritrovò separato. Il ghepardo si gettò su di lui e gli azzannò la gola. Tempo qualche istante, il cucciolo si accasciò a terra, privo di vita. Il ghepardo lo trascinò all’ombra di un albero per consumare il meritato pasto. Quando fu sazio si arrampicò sull’albero a digerire. Di lì aveva un’ampia visuale del Serengheti, pianura dov’era nato e cresciuto: il branco di zebre si era nuovamente riunito e aveva ricominciato a pascolare e un branco di gazzelle stava per essere attaccato su più lati da 6 leonesse esperte.

All’improvviso, uno stormo di uccelli si alzò in volo e all’orizzonte apparvero 2 enormi camion che giunsero nello spiazzo pochi metri dopo il branco di gazzelle che fuggì rovinando la caccia delle leonesse. Ne scesero 4 uomini: il primo basso e tarchiato, il secondo alto e slanciato, il terzo con una gran pelata e dei baffetti neri e il quarto molto giovane, biondo e muscoloso.

Il ghepardo, che non aveva mai visto né uomini né camion ne fu molto incuriosito, ma non spaventato: avendo un carattere molto orgoglioso, intrepido e spavaldo, l’unica cosa di cui aveva veramente paura era la fame.

Vide che i 4 uomini stavano caricando sui camion molte specie di animali, anche erbivori. Di questo, invece, fu vagamente preoccupato.

La sua preoccupazione si trasformò in rabbia quando vide che, insieme agli altri animali, caricavano anche sua madre. Con immenso furore scese con un balzo dall’albero e si acquattò nell’erba alta; come aveva fatto con il branco di zebre, così fece per quello di uomini: scelse il più debole e lo attaccò. Il malcapitato fu l’uomo basso e tarchiato che, più velocemente del previsto, venne ucciso.

Nacque un trambusto terrificante. Gli uomini cominciarono a sparare contro il ghepardo.

"Prendilo, Tom!" fece l’uomo con la pelata al ragazzo.

Ad un certo punto, tra gli spari, si udì un guaito disperato. Il ghepardo si volse e vide sua madre a terra, in una pozza di sangue.

" Maledizione, Tom! Dovevi prendere il maschio!" sentì dire dall’uomo alto.

Il ghepardo cercò di fuggire ma gli uomini riuscirono a sparargli una siringa piena di sonnifero. Una volta addormentato, venne caricato su un camion e trasportato nello zoo di Dar es Salaam, una città affacciata sull’Oceano Indiano.

Quando si svegliò, si ritrovò in una gabbia di circa 4 metri per 6 nella quale riusciva a malapena a fare 6 passi. Cominciò a soffiare e a correre di qua e di là cercando di rompere la rete metallica a unghiate e a morsi, inutilmente.

Ad un certo punto arrivò un uomo; l’animale capì che quell’esemplare non faceva parte del gruppo che precedentemente aveva attaccato, nella Savana. Ma si trattava pur sempre di un uomo e il ghepardo aveva imparato che dell’uomo non ci si deve fidare.

Cominciò a soffiare più forte, assumendo un atteggiamento minaccioso.

L’uomo rise.

"Ehi, amico! Non ti servono tutte queste scene! "

Tirò fuori dalla tasca del suo giubbotto a righe un piccolo taccuino e prese a sfogliarlo.

"Sei un osso duro, eh?". Emise un lieve fischio "Dieci cc di sonnifero… Mica male!"

Ora il ghepardo era veramente infastidito dalla calma dell’uomo: gli occhi iniettati di sangue guizzavano sull’uomo, soffermandoci all’altezza della gola; i muscoli sembravano animati da vita propria e si contraevano sotto il pelo corto e lucente; le unghie, luccicavano al sole del pomeriggio; le orecchie dritte, si curvavano come parabole al minimo rumore; il naso era arricciato e dalla bocca aperta si potevano scorgere denti affilati come rasoi; la coda faceva scatti rapidi che tradivano un grande nervosismo.

"Uh!" fece l’uomo, sarcastico " Fai proprio una bella impressione! Ma qui il capo sono io, non dimenticarlo!"

Detto ciò lo lasciò solo. L’animale non smise, però, di soffiare fino a che non sentì più il minimo rumore. Quando si sentì sicuro che nessuno sarebbe passato di là senza che lui non lo avesse sentito, si sedette e pensò ad un’eventuale via d’uscita.

Divenne così aggressivo che nessun inserviente poteva avvicinarsi. Parecchie volte un uomo cercava di avvicinarsi a lui ma, in risposta, riceveva unghiate che gli procuravano ferite di una profondità non indifferente. Anche il ghepardo, però, fu picchiato duramente e anche dalle sue ferite sgorgava abbondantemente il sangue. La sua aggressività, comunque, era causa di una grandissima paura e da questa sua esperienza imparò che in alcuni casi non è bene essere troppo sicuri di se stessi perché ci sono cose ben più forti.

Ormai la ricerca di una via di fuga si faceva disperata. Il ghepardo, infatti, non dimenticò mai il sapore della libertà: cacciare nella sua Savana era il ricordo più nitido di tutti proprio per la sensazione di potenza che sentiva quando catturava la preda.

Così, quella sera, si nascose dietro un tronco (posto nella sua gabbia per ricreare un po’ l’ambiente) e aspettò l’arrivo dell’inserviente che veniva a portargli il cibo. L’inserviente arrivò e il ghepardo scattò in avanti afferrandolo alla gola. Senza rimanere ad infierire sulla vittima, attraversò la stretta porticina rimasta aperta, verso la libertà.

Proprio davanti allo zoo c’era una stazione ferroviaria e il fuggitivo decise di rifugiarsi in un vagone per passare la notte. Trovò un vagone che aveva la porta scorrevole socchiusa. Vi si intrufolò e si acciambellò in un angolino sul metallo arrugginito. Lì si addormentò e fu un sonno agitato: sognò di rivivere il momento dell’arrivo dei camion, l’uccisione di sua madre fino alla sua cattura. Le immagini si accalcavano una sull’altra, confondendosi per poi riapparire più nitide che mai…

Improvvisamente un forte fischio lo svegliò. Alzò il muso, il naso fremente. C’era un trambusto assordante fuori dal vagone. Il ghepardo spiò dalla porta semichiusa: il paesaggio era completamente diverso! Arretrò spaventato. Voleva esplorare quel mondo nuovo ma represse l’istinto: non poteva, c’era troppa gente… Sarebbe uscito quella notte.

Quando fu buio, infatti, il ghepardo uscì nella stazione deserta e la cosa che lo colpì di più fu l’infinità di odori che poteva percepire. Era nella stazione di Mucuyuni ma, naturalmente non poteva saperlo. Udì uno squittio e si avventò su un ratto che attraversava i binari. Aveva patito troppo la fame per dare ascolto al suo orgoglio che lo obbligava a catturare prede ben più grandi e pericolose.

Ricominciò ad annusare avvertendo solo odori sconosciuti. Ad un tratto fu come se qualcuno (e dalla brutalità si sarebbe detto un uomo) l’avesse preso per le narici e l’avesse strattonato. C’era un odore che conosceva: quello della sua pianura, il Serengheti! Cominciò ad inseguire quell’odore, come in un sogno. Riuscì a non perderlo mai; perfino quando dormiva rivolgeva il muso verso quell’odore per non perderlo nemmeno nel sonno.

Passò così i giorni e le notti per parecchie settimane, senza mai mollare. L’odore divenne sempre più forte e il paesaggio più familiare finchè arrivò ai piedi di una collinetta. Aveva un aspetto molto familiare, quella collinetta; così, il ghepardo ormai stremato da tante ore di cammino, si costrinse a scalarla.

La prima cosa che vide da lassù fu la testa di un’altissima giraffa. Guardò più in basso e vide un gruppo di leonesse che dava la caccia ad un branco di gazzelle. Sembrava che fosse rimasto tutto come lo aveva lasciato.

Oltre la collinetta c’era una ripida discesa. La stanchezza se ne andò, come ci si libera dello sporco dopo un bagno. Corse giù per quella discesa, più veloce di un fulmine, come solo i ghepardi sanno fare. Era tornato nel Serengheti. Era tornato a casa.

(Francesca, 12 anni)






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